Francesco Fisfola [Direttore di Produzione]: «30 anni non sono una consacrazione, sono una responsabilità»
Viviamo in un tempo che pretende di spiegare tutto, classificare tutto, rendere tutto immediatamente disponibile.
Confondiamo troppo spesso la velocità con la comprensione, l’informazione con la conoscenza, la visibilità con la presenza.
L’arte continua invece ostinatamente a fare il contrario. Introduce un’incrinatura nelle certezze, rallenta il giudizio, restituisce complessità. Ci espone all’ambiguità. Ci ricorda che non tutto ciò che conta può essere spiegato e che non tutto ciò che è essenziale desidera essere risolto.
Ma un festival costruisce il proprio futuro anche attraverso la formazione. Forma il pubblico, educandolo alla curiosità, al confronto con linguaggi diversi, alla disponibilità di lasciarsi sorprendere. E forma le professionalità che lo rendono possibile: tecnici, organizzatori, operatori culturali, maestranze, giovani collaboratori. Ogni edizione è un luogo di trasmissione di competenze, di esperienze, di relazioni. È un patrimonio che non si esaurisce nel tempo della programmazione, ma continua a vivere nelle persone che il Festival ha contribuito a far crescere. Forse è questo il compito più autentico di un festival dopo trentanni: non offrire risposte miglion e consolatorie, ma custodire domande più profonde.
Resistere alla tentazione di diventare prevedibile. Continuare a sorprendere, perfino sé stesso.
Trent’anni, allora, non sono una consacrazione. Sono una responsabilità. Significano continuare a scegliere il rischio quando sarebbe più semplice scegliere la formula dell’approvazione, quella facile, quella ruffiana. Un festival, al contrario, deve continuare a cercare ciò che ancora non ha un nome invece di riproporre ciò che ha già trovato consenso. Non inseguire il presente, ma provare a precederlo di un passo. Continuare a credere che il proprio compito non sia riempire gli spazi, ma aprirli. Perché un festival non lascia in eredità gli spettacoli che ha ospitato, ma una diversa idea del possibile.
E se una ricorrenza ha davero un senso, non è quello di certificare una durata, ma di rilanciare una promessa: che ci sarà ancora uno spazio in cui l’immaginazione avrà più forza dellabitudine, il dubbio più valore della certezza, l’incontro più futuro della memoria. Forse è questa la forma più autentica della durata: non conservare cio che si è stati, ma continuare a meritare ciò che si desidera diventare. Perché un festival non compie trent’anni il giomo in cui li celebra. Li compie ogni volta che sceglie di non ripetersi.




